L’incendio di Oggia del 1 aprile 1943

Oggia, un abitato montano molto popoloso appartenente al comune di San Bartolomeo divenne purtroppo noto nel 1943 a causa dell’incendio che lo devastò. Questi scoppiò verso le ore 17 del 1 aprile 1943 e, favorito da un vento molto forte, in poche ore fu in grado di incenerire le abitazioni in legno dell'abitato, che già allora erano più di un centinaio, con tutto quello che esse contenevano: masserizie, legna, fieno e derrate alimentari. Quest'ultime in particolare erano estremamente preziose a causa della guerra che, ormai giunta al suo terzo anno, gravava pesantemente sulla popolazione civile.

L'allarme venne dato grazie alle campane delle chiese valligiane, ma l'intervento di vari reparti dell'esercito, tra cui un drappello di bersaglieri e dei Vigili del Fuoco potè soltanto limitare i danni circoscrivendo l'incendio. Un immenso falò continuò a bruciare sui fianchi della montagna, arrossando il cielo e spargendo grosse e pericolose scintille, durante tutta la notte tra il 1 e il 2 aprile. All’alba, con 119 baite distrutte, si dovettero putroppo piangere cinque morti: quattro donne e un uomo, Carlo Pozzi, trovato mezzo carbonizzato. Il danno stimato fu di circa 4 milioni di lire, una cifra molto importante considerando il periodo storico.

Il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, avvertito dal parroco locale don Luigi Vitali, visitò personalmente San Bartolomeo il 3 aprile, portando alla popolazione colpita dalla tragedia, che lo accolse calorosamente, sia conforto spirituale che sostegno materiale, con una cospicua offerta di denaro, trentasei vestiti nuovi maschili e vari articoli di vestiario e cucina.

Il 4 aprile ebbero luogo i funerali delle cinque vittime: per la triste occasione fu presente anche il parroco di Barzio, don Pietro Tenca che era stato sacerdote in precedenza a San Bartolomeo. Egli, avuta notizia della grave sciagura toccata alla sua prima parrocchia e consapevole delle necessità in cui si trovavano in primo luogo le persone colpite ditettamente dall'incendio, fece una questua domenica 3 aprile. Essa fruttò l'importante cifra di 2500 lire, oltre a moltissimi capi di vestiario, allora estremamente necessari, ma al contempo difficili da aversi a causa della guerra.

Fonte:  E. Cazzani, “Val Cavargna, storia di una terra povera e dimenticata”, 1981

 

L'abitato di Oggia

 

Panoramica dall'alto dopo l'incendio ( foto archivio Miro Pozzi)

 

Recupero degli oggetti che si salvarono dalle fiamme.

 

Foto della marcia funebre in località Santa Margherita

 

 

 

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