Trincee

Le trincee della Linea Cadorna in Val Cavargna

foto di Giada Butti

Una parte del lungo tracciato difensivo O.A.F.N. (Occupazione Avanzata Frontiera Nord), comunemente nota come " Linea Cadorna" interessa in modo concreto anche la Val Cavargna, proprio in territorio di San Nazzaro alle pendici del Pizzo di Gino.

Prima di illustrare l’itinerario che conduce alle trincee, vale la pena di fare alcune precisazioni sul quadro storico e le motivazioni che indussero a costruirle.

foto di Giada Butti

Sin dal 1862, subito dopo la nascita del Regno d'Italia, lo Stato Maggiore dell'Esercito Italiano si pose il problema della necessità di proteggere il territorio fortificandone i confini ed, in particolare, quelli italo-elvetici. Il progetto rimase a lungo sulla carta a causa delle difficoltà finanziarie che per anni tormentarono il nuovo Stato e anche perché era improbabile una violazione della Triplice Alleanza firmata con Germania e Austria-Ungheria. Ciononostante, i progetti furono ripresi, accantonati e portati avanti stancamente fino al 1911, quando l'Ufficio Difesa dello Stato formulò un nuovo schema di difesa alla frontiera elvetica, lungo le Alpi Orobiche e il saliente ticinese della val d'Ossola.

Così, il 18 aprile 1911 lo Stato Maggiore affidò i lavori alla Direzione Lavori Genio Militare Milano, che si preoccupò inizialmente di allestire lo sbarramento Mera-Adda con la costruzione del Forte Montecchio Nord. I lavori continuarono a singhiozzo, fino allo scoppio della Grande Guerra per essere poi completati con urgenza a ostilità incominciate. Le intenzioni diplomatiche italiane furono tenute segrete fino al 24 maggio 1915, quando il Regno d'Italia uscì dalla neutralità per dichiarare guerra all'ex alleato austro-ungarico. Nel settembre dello stesso anno il generale Carlo Porro rese nota al Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna la concreta possibilità di un'invasione tedesca della Svizzera, che sarebbe potuta sfociare in un dilagare di truppe nemiche nella Pianura Padana e nel cuore industriale di Milano.

Cadorna decise di riprendere il vecchio progetto del 1882, e con le opportune modifiche, ordinò di allestire una imponente linea fortificata estesa dalle valli ossolane fino ai passi orobici.

I lavori vennero appaltati a parecchie ditte tra le quali molte varesine, le quali lavorarono così bene che ottennero commesse anche per le fortificazione nel Veneto. Ne fanno parte molte strade, mulattiere, sentieri, trincee, postazioni d'artiglieria, osservatori, ospedali da campo, centri di comando e strutture logistiche, il tutto realizzato ad quote da 600 fino a oltre 2.000 metri.

foto di Giada Butti

Una stima dell'opera cita: 72km di trincee, 88 postazioni di artiglierie di cui 11 in caverna, 25.000 metri quadrati di baraccamenti, 300 chilometri di strade e 400 chilometri di mulattiere, per un costo di oltre 105 milioni di lire (circa 150 milioni di euro odierni) e il contributo di 40.000 uomini.

Questo complesso di opere non venne mai utilizzato. Le fortificazioni, all'inizio della guerra, vennero presidiate ma ben presto, e in particolare dopo la disfatta di Caporetto, la linea venne abbandonata.

Durante la seconda guerra mondiale le trincee vennero sfruttate sia dai nazi-fascisti che volevano controllare i territori conquistati, sia dai partigiani. Ma probabilmente nella nostra storia chi meglio conosceva i passaggi erano i contrabbandieri che a volte approfittavano delle fortificazioni per nascondersi dai gendarmi. Inoltre molte caserme della Linea Cadorna furono utilizzate dalla guardia di Finanza per la lotta al contrabbando.

Le fortificazioni della Linea Cadorna furono molto innovative e si differenziarono non poco dai metodi costruttivi in vigore fino ad allora: furono abbandonati i presidi isolati, vulnerabili ai grossi calibri, a favore di cupole corazzate in acciaio, opere campali semi-permanenti, postazioni in barbetta per mortai, obici e cannoni, e postazioni in caverna per mitragliatrice e artiglierie di medio calibro. Furono progettati nidi per mitragliatrice sistemati in modo tale da assicurare un tiro coordinato in grado di battere aeree estese e proteggersi a vicenda.

foto di Giada Butti

Le trincee, provviste di parapetto, feritoie riparate, ricoveri sono di fattura ben diversa dalle trincee del fronte. Per questo, a 100 anni di distanza, molte di quelle trincee e di quei presidi sono arrivati fino a noi in ottime condizioni.

Negli ultimi anni la struttura delle trincee è stata recuperata ed è possibile visitarle partendo dall'alpe di Piazza Vacchera.

Come raggiungere le trincee

La partenza è da San Nazzaro in Val Cavargna. Al termine del paese, in corrispondenza del civico 691, si prende a destra una stradina che sale a stretti tornati verso la frazione Bubegno. Giunti a monte della chiesetta di S. Antonio si imbocca la strada asfaltata che attraversando una bella pineta porta alla località Tecchio, piccola borgata di case con tetti particolarmente spioventi:qui nei pressi si può parcheggiare l’auto.

Dal parcheggio si sale per l’ampia strada sterrata che transita con una serie di tornanti tra i verdi pascoli dove in primavera esplode la fioritura delle ginestre.

Giunti a un bivio, si prende a sinistra per tagliare a mezza costa il versante della Valle Piazza e lasciando alle nostre spalle la massiccia struttura del rifugio Croce di Campo.Sempre seguendo la sterrata, si guada un torrente ed elevandosi con un ultimo tratto in salita si raggiunge l’alpe di Piazza Vacchera.

Passando a monte dell’alpe, si incontra un fabbricato nuovo servito da una teleferica, e guadato un torrentello, con un paio di tornanti si raggiunge e si segue a sinistra la vecchia Strada Militare che aggira tutto il pendio sud-ovest del Pizzo e che fa parte della Linea Cadorna. L’ambiente che si attraversa è molto scarno e severo, sullo sfondo si scorge la verde conca della valle, punteggiata dai suoi paesi.

Si supera un canalone e ci si eleva zigzagando lungo il sentiero fino a quando la traccia prosegue pianeggiante in direzione del fianco occidentale del Pizzo di Gino, quindi si arriva sui resti delle trincee.

Gli amanti dell’escursionismo possono proseguire sul fianco occidentale del Pizzo di Gino e si raggiunge la cresta spartiacque tra la Valle Cavargna e la Valle dell’Albano. Adesso la vista si apre verso nord sulla immediata conca di Sommafiume e più oltre sulla Valle dell’Albano, con all’orizzonte la catena delle Alpi.

foto di Giada Butti

 

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